lunedì 4 giugno 2007
Molecole che cambiano colore nel futuro del computer
Una piastrina di plastica di circa sei centimetri per dodici, di colore violetto, potrebbe rappresentare il primo passo verso la realizzazione di dispositivi di memoria per computer dalla densità di un miliardo di gigabyte su singolo microchip. La piastrina, inventata da Azzedine Bousseksou, direttore del team di ricerca sulle proprietà fisiche molecolari del Laboratorio di Chimica di Coordinazione di Tolosa, ha la particolare proprietà di passare dal colore viola al bianco semplicemente se scaldata con un phon per poi ritornare rapidamente del colore iniziale a temperatura ambiente. “Questo particolare effetto-memoria che permette alle molecole della vernice di tornare del loro colore originario”, ha spiegato Bousseksou, “può essere sfruttato per realizzare dispositivi di memoria che immagazzinino un bit per ogni molecola. Chip realizzati con questa tecnologia di nanolitografia possono consentire densità altissime anche per il ridottissimo spazio necessario tra una pista e l'altra degli elettrodi che raggiungono ogni singola molecola; rispetto ai chip tradizionali, la dimensione di queste piste può essere ridotta fino a 60 nanometri”. Oltre che per i chip di memoria, continua il ricercatore,la stessa tecnologia molecolare può essere utilizzata “per realizzare transistor, diodi, eccetera”. Il principio fisico consiste nella transizione di spin indotta con una variazione termica che provoca il trasferimento di due elettroni da uno strato all'altro. L'applicazione a livello industriale dovrebbe arrivare entro una decina d'anni, ma un'intensificarsi della ricerca potrebbe determinare un'accelerazione. Sono già stati stabiliti contatti con grandi industrie del settore, come la Motorola.
In commercio il primo computer quantistico

Arriva il primo computer quantistico sul mercato. A portarlo la start-up canadese D-Wave Systems. Secondo Scientific American, l’elaboratore, presentato al Computer History Museum della California, costituisce un grande passo avanti nell’era dei computer quantistici, realizzato con decenni di anticipo rispetto alle previsioni.
Se il computer tradizionale funziona in base al sistema binario dove un bit può valere 0 o 1, in un elaboratore quantistico l’unità di misura è il qubit. Grazie a questo tipo di elaboratori si possono sfruttare le proprietà quantistiche delle particelle, usate per rappresentare strutture di dati. Così, il meccanismo della meccanica quantistica può consentire di eseguire operazioni su tali dati, raggiungendo velocità di calcolo oggi impensabili. Se infatti con tre bit si può codificare un numero tra 0 e 7, con tre qubit si possono immagazzinare tutti i numeri da 0 a 7.
D-Wave Systems ha introdotto un metodo originale nella costruzione di computer quantistici, utilizzando dei sistemi a superconduttori, speciali circuiti a temperature vicine allo zero assoluto. In questo modo è possibile creare degli stati quantistici che possono essere usati come qubit. Al momento l’azienda ha realizzato una versione di elaboratore quantistico a 16 qubit ottenuto dall’elemento superconduttore niobio.
Durante la dimostrazione, gli operatori di D-Wave hanno agito a distanza sul computer, situato nella Columbia Britannica, da una tastiera in California. Sono stati assegnati al dispositivo tre problemi da risolvere: ricercare strutture molecolari, creare un complicato progetto di posti a sedere e risolvere un Sudoku. Geordie Rose, uno dei fondatori di D-Wave, afferma di voler sottomettere i risultati ottenuti alla peer review di una rivista autorevole. L’azienda vuole rendere disponibile il prototipo on-line gratuitamente, in modo da accrescere l’interesse. Gli utenti potrebbero inserire un problema da risolvere e il computer invierebbe la soluzione dal Canada. Al momento, sostiene sempre Rose, il dispositivo è più lento di un computer domestico a buon mercato, ma prevede che per la fine dell’anno prossimo possa uscire una versione più veloce a 1000 qubit.
Se il computer tradizionale funziona in base al sistema binario dove un bit può valere 0 o 1, in un elaboratore quantistico l’unità di misura è il qubit. Grazie a questo tipo di elaboratori si possono sfruttare le proprietà quantistiche delle particelle, usate per rappresentare strutture di dati. Così, il meccanismo della meccanica quantistica può consentire di eseguire operazioni su tali dati, raggiungendo velocità di calcolo oggi impensabili. Se infatti con tre bit si può codificare un numero tra 0 e 7, con tre qubit si possono immagazzinare tutti i numeri da 0 a 7.
D-Wave Systems ha introdotto un metodo originale nella costruzione di computer quantistici, utilizzando dei sistemi a superconduttori, speciali circuiti a temperature vicine allo zero assoluto. In questo modo è possibile creare degli stati quantistici che possono essere usati come qubit. Al momento l’azienda ha realizzato una versione di elaboratore quantistico a 16 qubit ottenuto dall’elemento superconduttore niobio.
Durante la dimostrazione, gli operatori di D-Wave hanno agito a distanza sul computer, situato nella Columbia Britannica, da una tastiera in California. Sono stati assegnati al dispositivo tre problemi da risolvere: ricercare strutture molecolari, creare un complicato progetto di posti a sedere e risolvere un Sudoku. Geordie Rose, uno dei fondatori di D-Wave, afferma di voler sottomettere i risultati ottenuti alla peer review di una rivista autorevole. L’azienda vuole rendere disponibile il prototipo on-line gratuitamente, in modo da accrescere l’interesse. Gli utenti potrebbero inserire un problema da risolvere e il computer invierebbe la soluzione dal Canada. Al momento, sostiene sempre Rose, il dispositivo è più lento di un computer domestico a buon mercato, ma prevede che per la fine dell’anno prossimo possa uscire una versione più veloce a 1000 qubit.
La connessione del futuro è infrarossa

La connessione del futuro è infrarossa
L'unica parte dello spettro elettromagnetico non ancora usata permetterà comunicazioni wireless mille volte più veloci rispetto alle fibre ottiche.
L'ultima parte dello spettro elettromagnetico non ancora utilizzata dalle telecomunicazioni potrebbe essere la chiave di accesso per le connessioni Internet del futuro. Secondo uno studio dell'università dello Utah, pubblicato su Nature, è possibile sfruttare le frequenze dell'infrarosso lontano – le cosiddette radiazioni terahertz – per trasferire informazioni wireless mille volte più velocemente di quanto oggi avviene con le fibre ottiche (che usano la luce visibile vicina agli infrarossi) e diecimila volte più velocemente delle microonde impiegate da cordless e cellulari.
“Abbiamo trovato il modo di manipolare una forma di radiazione infrarossa non ancora utilizzata. Nel futuro potremmo usarla per comunicazioni ad alta velocità e corto raggio tra computer, ma anche per costruire dispositivi in grado di rilevare armi chimiche o biologiche nascoste”, ha detto Ajay Nahata, professore di ingegneria che ha seguito lo studio, insieme al fisico Valy Vardeny.
Per spiegare meglio la scoperta, si può immaginare di far passare un fascio di luce attraverso uno scolapasta, in cui i fori rappresentano il 20 per cento della superficie. Normalmente, passerebbe solo il 20 per cento della luce, quindi. I ricercatori statunitensi sono riusciti a farla passare quasi tutta, utilizzando nell'esperimento radiazioni dell'infrarosso lontano e una sottile lamina di acciaio bucherellata secondo la struttura semiregolare dei quasicristalli. Mentre gli atomi nei cristalli sono disposti in modo regolare, secondo uno schema che si ripete in modo ordinato, i quasicristalli hanno una struttura meno ordinata, ma mostrano uno schema su un'area più grande. Cristalli e quasicristalli sono in grado di flettere e scomporre la luce e altre onde elettromagnetiche.
La trasmissione della luce infrarossa lontana era già stata realizzata sui cristalli, ma con la trasmissione anche di altre frequenze indesiderate. In questa ricerca, invece, si è riusciti a selezionare soltanto il passaggio della luce infrarossa lontana attraverso i fori, mentre inclinando la lamina la luce non passa affatto: e questo potrebbe diventare il segnale on/off, corrispondente al codice digitale 0-1. Gli studiosi sono convinti di poter costruire un interruttore che effettui oscillazioni con frequenza di un terahertz per comunicazioni wireless superveloci su brevi distanze. (da.c.)
L'unica parte dello spettro elettromagnetico non ancora usata permetterà comunicazioni wireless mille volte più veloci rispetto alle fibre ottiche.
L'ultima parte dello spettro elettromagnetico non ancora utilizzata dalle telecomunicazioni potrebbe essere la chiave di accesso per le connessioni Internet del futuro. Secondo uno studio dell'università dello Utah, pubblicato su Nature, è possibile sfruttare le frequenze dell'infrarosso lontano – le cosiddette radiazioni terahertz – per trasferire informazioni wireless mille volte più velocemente di quanto oggi avviene con le fibre ottiche (che usano la luce visibile vicina agli infrarossi) e diecimila volte più velocemente delle microonde impiegate da cordless e cellulari.
“Abbiamo trovato il modo di manipolare una forma di radiazione infrarossa non ancora utilizzata. Nel futuro potremmo usarla per comunicazioni ad alta velocità e corto raggio tra computer, ma anche per costruire dispositivi in grado di rilevare armi chimiche o biologiche nascoste”, ha detto Ajay Nahata, professore di ingegneria che ha seguito lo studio, insieme al fisico Valy Vardeny.
Per spiegare meglio la scoperta, si può immaginare di far passare un fascio di luce attraverso uno scolapasta, in cui i fori rappresentano il 20 per cento della superficie. Normalmente, passerebbe solo il 20 per cento della luce, quindi. I ricercatori statunitensi sono riusciti a farla passare quasi tutta, utilizzando nell'esperimento radiazioni dell'infrarosso lontano e una sottile lamina di acciaio bucherellata secondo la struttura semiregolare dei quasicristalli. Mentre gli atomi nei cristalli sono disposti in modo regolare, secondo uno schema che si ripete in modo ordinato, i quasicristalli hanno una struttura meno ordinata, ma mostrano uno schema su un'area più grande. Cristalli e quasicristalli sono in grado di flettere e scomporre la luce e altre onde elettromagnetiche.
La trasmissione della luce infrarossa lontana era già stata realizzata sui cristalli, ma con la trasmissione anche di altre frequenze indesiderate. In questa ricerca, invece, si è riusciti a selezionare soltanto il passaggio della luce infrarossa lontana attraverso i fori, mentre inclinando la lamina la luce non passa affatto: e questo potrebbe diventare il segnale on/off, corrispondente al codice digitale 0-1. Gli studiosi sono convinti di poter costruire un interruttore che effettui oscillazioni con frequenza di un terahertz per comunicazioni wireless superveloci su brevi distanze. (da.c.)
IL COMPUTER 007

È stato brevettato in USA Rightdot (http://rightdot.com/index.php?option=com_content&task=view&id=16&Itemid=33) un sistema che permette di identificare i siti web dai tentativi di imitazione.
James Grossman è l'inventore di questo sistema che permetterà ai motori di ricerca di definire un'impronta digitale dei siti web.
Rightdot consentirà ai motori di ricerca di analizzare, distinguendo e rilevando: caratteristiche grafiche, foto, file video o audio, loghi e magari implementare un codice specifico, in modo da dare un'impronta univoca ad ogni sito.
Questo porterà ad una ricerca più sicura e più precisa per l'utente finale.
AUTOPSIA VIRTUALE
Grazie a un raffinamento delle apparecchiature tomografiche, è in arrivo anche l'autopsia virtuale.Informatica e realtà virtuale entrano sempre più massicciamente nel mondo della medicina.
Ricercatori dell'Università di Calgary hanno creato il primo modello virtuale computerizzato del corpo umano in 4D. CAVEman, come è stato battezzato il modello, è alloggiato in CAVE, una stanza cubica in cui il corpo fluttua nello spazio, creato da quattro proiettori collocati in tre pareti e nel pavimento.
"Sei anni fa abbiamo costituito un team di informatici, biologi, matematici e artisti - ha detto Christoph Sensen, direttore del Sun Center of Excellence for Visual Genomics dell'Università di Calgary (http://www.visualgenomics.ca/) - con lo scopo di costruire un modello completo dell'uomo, con una risoluzione dieci volte superiore a qualsiasi altro modello esistente. E abbiamo raggiunto lo scopo.
"Questo atlante del corpo umano, realizzato sulla base delle più aggiornate acquisizioni anatomo-fisiologiche, è in grado di riprodurre il funzionamento di tutti gli organi. Può essere osservato in dimensioni reali o in scala ingrandita a piacere. "E possiamo evidenziare tutti o solo alcuni componenti del modello in qualsiasi momento" aggiunge Sensen.
CAVEman, per la cui messa a punto sono state utilizzate anche le banche dati genetiche, è progettato per aiutare, oltre che gli studenti di chirurgia, anche i ricercatori di genetica: "Questa tecnologia è uno strumento potente per le mie ricerche - ha detto Benedikt Hallgrimsson , genetista dell'Università di Calgary - relative allo studio di come certe mutazioni conducono a problemi di sviluppo, come per esempio il labbro leporino e la palatoschisi."
Nel frattempo, dopo una serie di test, i ricercatori della Uniformed Services University (http://www.usuhs.mil/) a Bethesda hanno annunciato che sono pronti a sostituire, almeno in molti casi, le autopsie tradizionali, con autopsie virtuali, condotte utilizzando la tomografia multidetector (MDCT), che consente un'accurata indagine del corpo in tutti i casi in cui l'autopsia non è eseguibile, crea gravi problemi religiosi, o ci si trova a dover compiere un numero molto elevato di perizie, come in caso di disastri o attentati.
Inoltre, osservano i ricercatori, l'autopsia virtuale ha il vantaggio di non distruggere eventuali prove, come può succedere per l'autopsia reale, o indirizzare con maggiore accuratezza la ricerca dei riscontri anatomo-patologici.
Chi volesse saperne di più consulti "Le Scienze" online.
Ricercatori dell'Università di Calgary hanno creato il primo modello virtuale computerizzato del corpo umano in 4D. CAVEman, come è stato battezzato il modello, è alloggiato in CAVE, una stanza cubica in cui il corpo fluttua nello spazio, creato da quattro proiettori collocati in tre pareti e nel pavimento.
"Sei anni fa abbiamo costituito un team di informatici, biologi, matematici e artisti - ha detto Christoph Sensen, direttore del Sun Center of Excellence for Visual Genomics dell'Università di Calgary (http://www.visualgenomics.ca/) - con lo scopo di costruire un modello completo dell'uomo, con una risoluzione dieci volte superiore a qualsiasi altro modello esistente. E abbiamo raggiunto lo scopo.
"Questo atlante del corpo umano, realizzato sulla base delle più aggiornate acquisizioni anatomo-fisiologiche, è in grado di riprodurre il funzionamento di tutti gli organi. Può essere osservato in dimensioni reali o in scala ingrandita a piacere. "E possiamo evidenziare tutti o solo alcuni componenti del modello in qualsiasi momento" aggiunge Sensen.
CAVEman, per la cui messa a punto sono state utilizzate anche le banche dati genetiche, è progettato per aiutare, oltre che gli studenti di chirurgia, anche i ricercatori di genetica: "Questa tecnologia è uno strumento potente per le mie ricerche - ha detto Benedikt Hallgrimsson , genetista dell'Università di Calgary - relative allo studio di come certe mutazioni conducono a problemi di sviluppo, come per esempio il labbro leporino e la palatoschisi."
Nel frattempo, dopo una serie di test, i ricercatori della Uniformed Services University (http://www.usuhs.mil/) a Bethesda hanno annunciato che sono pronti a sostituire, almeno in molti casi, le autopsie tradizionali, con autopsie virtuali, condotte utilizzando la tomografia multidetector (MDCT), che consente un'accurata indagine del corpo in tutti i casi in cui l'autopsia non è eseguibile, crea gravi problemi religiosi, o ci si trova a dover compiere un numero molto elevato di perizie, come in caso di disastri o attentati.
Inoltre, osservano i ricercatori, l'autopsia virtuale ha il vantaggio di non distruggere eventuali prove, come può succedere per l'autopsia reale, o indirizzare con maggiore accuratezza la ricerca dei riscontri anatomo-patologici.
Chi volesse saperne di più consulti "Le Scienze" online.
IL COMPUTER LEGGI EMOZIONI
Uno psicologo americano ha memorizzato nella macchina
le espressisoni di 100 mila volti umani, classificando i sentimenti. Il computer leggi-emozioni ci scruterà in fondo all'anima. Aiuterà psicologi e poliziotti, oltre al marketing.
SAN FRANCISCO - Si chiama "informatica affettiva", è la rivoluzione nata nei centri di ricerca della California dove si costruisce il primo computer dotato d'intelligenza emotiva. Ci promette un futuro migliore - aiuterà i medici nella diagnosi precoce della depressione, per esempio - ma potrebbe renderci la vita infernale: il marketing delle aziende spierà le reazioni segrete del consumatore di fronte ai prodotti del supermercato; a vostra insaputa il datore di lavoro vi controllerà le emozioni, conoscerà ogni fragilità psicologica.
Il nuovo trend tecnologico dell'informatica affettiva ha riformulato radicalmente il concetto di intelligenza artificiale. Gli scienziati che costruiscono questi computer non si accontentano più di umiliare il cervello umano sul terreno della potenza di calcolo, della velocità nel risolvere problemi scientifici complessi: qui l'homo sapiens ha già perso la gara da tempo. Le macchine pensanti, pur dotate di una micidiale superiorità logica, sembravano però impotenti di fronte a un'altra sfida: capire i sentimenti, decifrare le motivazioni del comportamento umano. Era un limite grave. Talmente razionale da risultare ottuso, il computer restava escluso dalla sfera degli affetti, della psicologia, quindi gli sfuggiva la comprensione delle relazioni sociali e perfino dei grandi problemi internazionali (come decifrare il conflitto Israele-Palestina senza introdurre elementi di irrazionalità?).
Grazie ai progressi dell'informatica affettiva, questi limiti appartengono ormai al passato. Giorno dopo giorno, i segreti delle emozioni umane si stanno aprendo all'assalto dei computer. Ha cominciato a tradirci il volto, "finestra dell'anima" tutt'altro che impenetrabile. Uno degli scienziati di punta in questo campo è Javier Movellan, 41enne psicologo di origine spagnola, da anni impegnato nella ricerca alla University of California San Diego. La sua squadra di scienziati ha già studiato e catalogato elettronicamente più di 100.000 volti umani "in azione", scomponendo ogni singola espressione in minuscoli segmenti di movimenti dei muscoli facciali, spostamenti degli occhi e della bocca, rughe della fronte. Il computer ha scannerizzato fino a 30 immagini del volto per secondo, ha immagazzinato in una banca dati milioni di miliardi di immagini e informazioni. Ricomponendo quei dati è già in grado di identificare centinaia di modi complessi di esprimere la gioia o la rabbia, la tristezza o la curiosità: ben presto comincerà a capire sentimenti che vogliamo nascondere. Dal Golem della leggenda ebraica a Pinocchio, dal Robot di Karel Capek a Frankenstein, è un mito antico della nostra cultura che diventa realtà: la trasformazione dell'oggetto in essere; la macchina con un'anima.
Il vero pioniere dell'informatica affettiva è Hal, il supercomputer che dirige l'astronave in "2001 Odissea nello spazio", il romanzo di fantascienza di Arthur C. Clarke portato sugli schermi di Stanley Kubrick nel 1968. Hal era dotato di qualità psicologiche: etica del dovere, intuizione, capacità di interpretare le vere intenzioni dei suoi umani compagni di viaggio, infine l'angoscia di fonte alla propria morte. Fu uno dei primi a fare il grande salto: dall'intelligenza logica e matematica dello schiavo utile, all'intelligenza emotiva che può portare alla parità con l'uomo. La pagò cara.
Nel laboratorio californiano di Movellan, l'uomo è stato già sconfitto in almeno una occasione. Chiamato a distinguere maschi e femmine, tra una serie di volti da cui erano stati cancellati tutti gli indizi di natura "culturale" (i capelli lunghi o corti, il trucco, orecchini o collane, ecc.), il computer è stato più perspicace. È un piccolo esempio rivelatore di una verità importante: a noi la cultura e la storia ci aiutano ma ci fanno anche da velo, il computer può astrarre più facilmente dalle convenzioni. Ci siamo cullati a lungo nell'illusione che solo chi prova delle emozioni in proprio può capire la psiche altrui. Gli scienziati dell'informatica affettiva cominciano a sospettare il contrario: per capire l'animo dei nostri simili, siamo spesso handicappati dalla nostra stessa emotività. I pregiudizi, le simpatie e antipatie, le personali nevrosi fanno di noi degli interpreti raramente affidabili della psicologia umana. La macchina è meno fragile.
All'origine di questa rivoluzione tecnologica c'è un lavoro avviato nel 1970 dalla facoltà di medicina di San Francisco per scomporre e classificare le espressioni facciali del volto umano: come tanti tasselli di un mosaico infinitamente più complesso, sintomi di stati d'animo ed emozioni. Ai sorrisi e agli sguardi, si è passati ad aggiungere una gamma più ampia di segnali espressivi come il tono della voce e la gestualità delle mani. Trent'anni di ricerche hanno dato una formidabile "mappatura" delle espressioni umane a disposizione dei nuovi supercomputer. Un passo successivo ha consentito di incrociare queste apparenze esterne con altri indicatori: la pressione del sangue, il ritmo del respiro, la conduttività elettrica misurata nei piedi. Sono tecniche sperimentate nei lie-detector, le "macchine della verità" usate con crescente precisione negli interrogatori della polizia americana (quando l'imputato vi acconsente). Già oggi, nell'80% dei casi il computer "affettivo" risale con precisione dagli indizi esterni agli stati emotivi come la gioia o la paura. Intelligente lo era già: ora comincia ad essere sensibile. È una promessa o una minaccia?
L'industria informatica americana spera che da queste ricerche si apra un formidabile mercato: per vendere computer psicoterapeutici, insegnanti, consiglieri, strateghi. Le applicazioni mediche sembrano fra le più promettenti. Nella diagnosi di molte patologie psichiche il computer è già in fase di test. Certi sintomi della schizofrenia - come una divaricazione sistematica fra sentimenti ed espressioni - potrebbero essere individuati dalla macchina prima che dallo psichiatra. E forse i due potrebbero imparare a lavorare insieme, integrando le proprie qualità complementari. Sempre che il computer affettivo non si riveli invidioso e individualista.
Toyota e Sony lavorano ad un'altra applicazione, montata sul modello sperimentale di automobile Pod. Il computer intelligente integrato nell'auto "riconosce" stati d'animo pericolosi del guidatore (affaticamento, nervosismo, aggressività) e prende le sue contromisure: suona musica distensiva, accende il condizionatore d'aria, o addirittura rallenta e parcheggia.
Ma ci sono applicazioni inquietanti. Messi a disposizione del marketing, i computer affettivi usati nei focus group rivelerebbero non solo quello che il consumatore dice di un nuovo prodotto, ma anche i suoi sentimenti più profondi. Se l'intelligenza emotiva penetra nel pc che usiamo tutti i giorni, per i datori di lavoro l'intrusione nella privacy dei dipendenti non avrà più limiti. Figurarsi poi lo stress di chi dovrà affrontare un colloquio per l'assunzione di fronte a due esaminatori: uomo più macchina. E che dire dell'uso di questi computer in mano alla polizia? Gli scienziati californiani sono convinti di essere alla vigilia di una rivoluzione industriale almeno altrettanto importante di quella dell'Ottocento. Allora molti furono sconvolti di fronte alle macchine che potevano sostituire il loro lavoro. Oggi anche il nuovo contratto sociale che lega il computer-schiavo all'uomo potrebbe saltare, sottoponendoci a un tremendo shock culturale.
le espressisoni di 100 mila volti umani, classificando i sentimenti. Il computer leggi-emozioni ci scruterà in fondo all'anima. Aiuterà psicologi e poliziotti, oltre al marketing.
SAN FRANCISCO - Si chiama "informatica affettiva", è la rivoluzione nata nei centri di ricerca della California dove si costruisce il primo computer dotato d'intelligenza emotiva. Ci promette un futuro migliore - aiuterà i medici nella diagnosi precoce della depressione, per esempio - ma potrebbe renderci la vita infernale: il marketing delle aziende spierà le reazioni segrete del consumatore di fronte ai prodotti del supermercato; a vostra insaputa il datore di lavoro vi controllerà le emozioni, conoscerà ogni fragilità psicologica.
Il nuovo trend tecnologico dell'informatica affettiva ha riformulato radicalmente il concetto di intelligenza artificiale. Gli scienziati che costruiscono questi computer non si accontentano più di umiliare il cervello umano sul terreno della potenza di calcolo, della velocità nel risolvere problemi scientifici complessi: qui l'homo sapiens ha già perso la gara da tempo. Le macchine pensanti, pur dotate di una micidiale superiorità logica, sembravano però impotenti di fronte a un'altra sfida: capire i sentimenti, decifrare le motivazioni del comportamento umano. Era un limite grave. Talmente razionale da risultare ottuso, il computer restava escluso dalla sfera degli affetti, della psicologia, quindi gli sfuggiva la comprensione delle relazioni sociali e perfino dei grandi problemi internazionali (come decifrare il conflitto Israele-Palestina senza introdurre elementi di irrazionalità?).
Grazie ai progressi dell'informatica affettiva, questi limiti appartengono ormai al passato. Giorno dopo giorno, i segreti delle emozioni umane si stanno aprendo all'assalto dei computer. Ha cominciato a tradirci il volto, "finestra dell'anima" tutt'altro che impenetrabile. Uno degli scienziati di punta in questo campo è Javier Movellan, 41enne psicologo di origine spagnola, da anni impegnato nella ricerca alla University of California San Diego. La sua squadra di scienziati ha già studiato e catalogato elettronicamente più di 100.000 volti umani "in azione", scomponendo ogni singola espressione in minuscoli segmenti di movimenti dei muscoli facciali, spostamenti degli occhi e della bocca, rughe della fronte. Il computer ha scannerizzato fino a 30 immagini del volto per secondo, ha immagazzinato in una banca dati milioni di miliardi di immagini e informazioni. Ricomponendo quei dati è già in grado di identificare centinaia di modi complessi di esprimere la gioia o la rabbia, la tristezza o la curiosità: ben presto comincerà a capire sentimenti che vogliamo nascondere. Dal Golem della leggenda ebraica a Pinocchio, dal Robot di Karel Capek a Frankenstein, è un mito antico della nostra cultura che diventa realtà: la trasformazione dell'oggetto in essere; la macchina con un'anima.
Il vero pioniere dell'informatica affettiva è Hal, il supercomputer che dirige l'astronave in "2001 Odissea nello spazio", il romanzo di fantascienza di Arthur C. Clarke portato sugli schermi di Stanley Kubrick nel 1968. Hal era dotato di qualità psicologiche: etica del dovere, intuizione, capacità di interpretare le vere intenzioni dei suoi umani compagni di viaggio, infine l'angoscia di fonte alla propria morte. Fu uno dei primi a fare il grande salto: dall'intelligenza logica e matematica dello schiavo utile, all'intelligenza emotiva che può portare alla parità con l'uomo. La pagò cara.
Nel laboratorio californiano di Movellan, l'uomo è stato già sconfitto in almeno una occasione. Chiamato a distinguere maschi e femmine, tra una serie di volti da cui erano stati cancellati tutti gli indizi di natura "culturale" (i capelli lunghi o corti, il trucco, orecchini o collane, ecc.), il computer è stato più perspicace. È un piccolo esempio rivelatore di una verità importante: a noi la cultura e la storia ci aiutano ma ci fanno anche da velo, il computer può astrarre più facilmente dalle convenzioni. Ci siamo cullati a lungo nell'illusione che solo chi prova delle emozioni in proprio può capire la psiche altrui. Gli scienziati dell'informatica affettiva cominciano a sospettare il contrario: per capire l'animo dei nostri simili, siamo spesso handicappati dalla nostra stessa emotività. I pregiudizi, le simpatie e antipatie, le personali nevrosi fanno di noi degli interpreti raramente affidabili della psicologia umana. La macchina è meno fragile.
All'origine di questa rivoluzione tecnologica c'è un lavoro avviato nel 1970 dalla facoltà di medicina di San Francisco per scomporre e classificare le espressioni facciali del volto umano: come tanti tasselli di un mosaico infinitamente più complesso, sintomi di stati d'animo ed emozioni. Ai sorrisi e agli sguardi, si è passati ad aggiungere una gamma più ampia di segnali espressivi come il tono della voce e la gestualità delle mani. Trent'anni di ricerche hanno dato una formidabile "mappatura" delle espressioni umane a disposizione dei nuovi supercomputer. Un passo successivo ha consentito di incrociare queste apparenze esterne con altri indicatori: la pressione del sangue, il ritmo del respiro, la conduttività elettrica misurata nei piedi. Sono tecniche sperimentate nei lie-detector, le "macchine della verità" usate con crescente precisione negli interrogatori della polizia americana (quando l'imputato vi acconsente). Già oggi, nell'80% dei casi il computer "affettivo" risale con precisione dagli indizi esterni agli stati emotivi come la gioia o la paura. Intelligente lo era già: ora comincia ad essere sensibile. È una promessa o una minaccia?
L'industria informatica americana spera che da queste ricerche si apra un formidabile mercato: per vendere computer psicoterapeutici, insegnanti, consiglieri, strateghi. Le applicazioni mediche sembrano fra le più promettenti. Nella diagnosi di molte patologie psichiche il computer è già in fase di test. Certi sintomi della schizofrenia - come una divaricazione sistematica fra sentimenti ed espressioni - potrebbero essere individuati dalla macchina prima che dallo psichiatra. E forse i due potrebbero imparare a lavorare insieme, integrando le proprie qualità complementari. Sempre che il computer affettivo non si riveli invidioso e individualista.
Toyota e Sony lavorano ad un'altra applicazione, montata sul modello sperimentale di automobile Pod. Il computer intelligente integrato nell'auto "riconosce" stati d'animo pericolosi del guidatore (affaticamento, nervosismo, aggressività) e prende le sue contromisure: suona musica distensiva, accende il condizionatore d'aria, o addirittura rallenta e parcheggia.
Ma ci sono applicazioni inquietanti. Messi a disposizione del marketing, i computer affettivi usati nei focus group rivelerebbero non solo quello che il consumatore dice di un nuovo prodotto, ma anche i suoi sentimenti più profondi. Se l'intelligenza emotiva penetra nel pc che usiamo tutti i giorni, per i datori di lavoro l'intrusione nella privacy dei dipendenti non avrà più limiti. Figurarsi poi lo stress di chi dovrà affrontare un colloquio per l'assunzione di fronte a due esaminatori: uomo più macchina. E che dire dell'uso di questi computer in mano alla polizia? Gli scienziati californiani sono convinti di essere alla vigilia di una rivoluzione industriale almeno altrettanto importante di quella dell'Ottocento. Allora molti furono sconvolti di fronte alle macchine che potevano sostituire il loro lavoro. Oggi anche il nuovo contratto sociale che lega il computer-schiavo all'uomo potrebbe saltare, sottoponendoci a un tremendo shock culturale.
IL NAVIGATORE ANTI INGORGHI
Una società belga lancia un dispositivo capace di incrociare i dati del traffico del momento con le mappe per arrivare a destinazione.
BOSTON (Stati Uniti) – Venerdì, tardo pomeriggio, rientrare a casa dopo l’ultima giornata lavorativa della settimana. E non arrivare mai, a causa del traffico. Oppure, mattina presto, al volante della propria auto, nel panico perché si è in ritardo per la riunione col capo. Scenari consueti, che coinvolgono chi utilizza la macchina per gli spostamenti quotidiani. Di recente, però, i navigatori aiutano a ottimizzare i percorsi. E sono sempre più efficaci in questo loro scopo. Tele Atlas, un’azienda belga che produce mappe digitali e contenuti per navigatori, ha inserito un software che raccoglie dati sulla circolazione all’interno delle proprie mappe. Si tratta di un sistema integrato che è in grado di identificare non tanto la strada più corta da percorrere – in termini di distanze – quanto quella meno congestionata, e dunque più scorrevole.
UN TASSISTA ESPERTO – Un po’ come avere a disposizione un tassista rodato che sa quale strada evitare per arrivare al più presto a destinazione. Il software relativo al traffico è stato sviluppato da Inrix, una startup di Kirkland, sobborgo di Seattle, nello stato di Washington. Si basa sia su informazioni in tempo reale – sfrutta i sensori stradali del Dipartimento dei trasporti e un sistema Gps – sia su informazioni storiche, a fini predittivi. Inrix ha infatti raccolto due anni di dati sulla mobilità delle strade americane. Miliardi di dati che originano previsioni di scorrimento in base al momento (ora del giorno e giorno della settimana) in cui si sta attraversando una certa città.
RISPETTO DEI LIMITI – Il tutto è incorporato nelle mappe. Significa che, una volta inserito nel navigatore il punto di partenza e il punto di arrivo del proprio tragitto, l’apparecchio crea un algoritmo di percorso e indica quali sono le vie meno trafficate e quelle più intasate, nonché l’itinerario migliore. Il sistema, per fare le proprie stime, tiene inoltre conto dei limiti di velocità di ogni zona e copre le strade del territorio statunitense per oltre un milione e mezzo di chilometri. Non è il primo del suo genere, poiché esiste un prodotto simile sviluppato da LandSonar, un’azienda di San Francisco, ma al momento è quello che garantisce maggiore copertura.
BOSTON (Stati Uniti) – Venerdì, tardo pomeriggio, rientrare a casa dopo l’ultima giornata lavorativa della settimana. E non arrivare mai, a causa del traffico. Oppure, mattina presto, al volante della propria auto, nel panico perché si è in ritardo per la riunione col capo. Scenari consueti, che coinvolgono chi utilizza la macchina per gli spostamenti quotidiani. Di recente, però, i navigatori aiutano a ottimizzare i percorsi. E sono sempre più efficaci in questo loro scopo. Tele Atlas, un’azienda belga che produce mappe digitali e contenuti per navigatori, ha inserito un software che raccoglie dati sulla circolazione all’interno delle proprie mappe. Si tratta di un sistema integrato che è in grado di identificare non tanto la strada più corta da percorrere – in termini di distanze – quanto quella meno congestionata, e dunque più scorrevole.
UN TASSISTA ESPERTO – Un po’ come avere a disposizione un tassista rodato che sa quale strada evitare per arrivare al più presto a destinazione. Il software relativo al traffico è stato sviluppato da Inrix, una startup di Kirkland, sobborgo di Seattle, nello stato di Washington. Si basa sia su informazioni in tempo reale – sfrutta i sensori stradali del Dipartimento dei trasporti e un sistema Gps – sia su informazioni storiche, a fini predittivi. Inrix ha infatti raccolto due anni di dati sulla mobilità delle strade americane. Miliardi di dati che originano previsioni di scorrimento in base al momento (ora del giorno e giorno della settimana) in cui si sta attraversando una certa città.
RISPETTO DEI LIMITI – Il tutto è incorporato nelle mappe. Significa che, una volta inserito nel navigatore il punto di partenza e il punto di arrivo del proprio tragitto, l’apparecchio crea un algoritmo di percorso e indica quali sono le vie meno trafficate e quelle più intasate, nonché l’itinerario migliore. Il sistema, per fare le proprie stime, tiene inoltre conto dei limiti di velocità di ogni zona e copre le strade del territorio statunitense per oltre un milione e mezzo di chilometri. Non è il primo del suo genere, poiché esiste un prodotto simile sviluppato da LandSonar, un’azienda di San Francisco, ma al momento è quello che garantisce maggiore copertura.
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