Questo è l'ultimo videoscenario, riguardante il secondo ciclo di valutazione a cui abbiamo sottoposto il nostro prototipo.
Buona visione!
lunedì 25 giugno 2007
L'acqua che mette a fuoco...
Addio alle lenti: gli zoom delle macchine fotografiche del futuro potrebbero essere "liquide": costerebbero meno e sarebbero più compatti. Ecco come funzionano... e come potrebbero migliorare.
A sinistra un prototipo di lente "liquida" e a destra la minuscola fotocamera che lo contiene.
Le macchine fotografiche del futuro potrebbero avere obiettivi liquidi. Un progetto di ricerca franco-tedesco sta studiando infatti zoom costituiti da lenti che modificano la propria curvatura – e quindi la capacità di ingrandire – impiegando liquidi invece del vetro. Le lenti liquide in realtà non sono una novità: già tre anni fa la Philips aveva messo a punto un prototipo di lente liquida costituita da un cilindro nel quale erano contenute due soluzioni non emulsionabili tra loro, una acquosa e dunque conduttrice di elettricità e una oleosa, non attraversabile dalla tensione elettrica. Quando il cilindro veniva elettrificato, la posizione dei due liquidi si modificava producendo una curvatura della linea di confine tra le due sostanze, che funzionava così come una lente d’ingrandimento.
Le lenti cambiano forma in funzione della corrente elettrica che fa assumere posizioni diverse ai liquidi.
Il nuovo studio, condotto dall’Istituto Fraunhofer di Jena (Germania), ha permesso di applicare questo modello a uno strumento ottico reale, uno zoom ultracompatto per macchine fotografiche. Se normalmente un obiettivo zoom è costituito da venti o più lenti in movimento destinate a ingrandire gli oggetti lontani e a correggere le distorsioni ottiche, uno zoom “liquido” è costituito da sole tre lenti in plastica e da quattro lenti liquide che modificano la loro curvatura con una leggera tensione elettrica. Il prototipo di zoom liquido non ha alcuna parte mobile e riesce a ingrandire le immagine 2,5 volte e si potrebbe rivelare utile per le fotocamere dei cellulari.
Addio alle lenti: gli zoom delle macchine fotografiche del futuro potrebbero essere "liquide": costerebbero meno e sarebbero più compatti. Ecco come funzionano... e come potrebbero migliorare.A sinistra un prototipo di lente "liquida" e a destra la minuscola fotocamera che lo contiene.
Le macchine fotografiche del futuro potrebbero avere obiettivi liquidi. Un progetto di ricerca franco-tedesco sta studiando infatti zoom costituiti da lenti che modificano la propria curvatura – e quindi la capacità di ingrandire – impiegando liquidi invece del vetro. Le lenti liquide in realtà non sono una novità: già tre anni fa la Philips aveva messo a punto un prototipo di lente liquida costituita da un cilindro nel quale erano contenute due soluzioni non emulsionabili tra loro, una acquosa e dunque conduttrice di elettricità e una oleosa, non attraversabile dalla tensione elettrica. Quando il cilindro veniva elettrificato, la posizione dei due liquidi si modificava producendo una curvatura della linea di confine tra le due sostanze, che funzionava così come una lente d’ingrandimento.
Le lenti cambiano forma in funzione della corrente elettrica che fa assumere posizioni diverse ai liquidi.
Il nuovo studio, condotto dall’Istituto Fraunhofer di Jena (Germania), ha permesso di applicare questo modello a uno strumento ottico reale, uno zoom ultracompatto per macchine fotografiche. Se normalmente un obiettivo zoom è costituito da venti o più lenti in movimento destinate a ingrandire gli oggetti lontani e a correggere le distorsioni ottiche, uno zoom “liquido” è costituito da sole tre lenti in plastica e da quattro lenti liquide che modificano la loro curvatura con una leggera tensione elettrica. Il prototipo di zoom liquido non ha alcuna parte mobile e riesce a ingrandire le immagine 2,5 volte e si potrebbe rivelare utile per le fotocamere dei cellulari.
domenica 24 giugno 2007
sabato 23 giugno 2007
venerdì 22 giugno 2007
Eye-Tracking
L’eye-tracking è una tecnica di registrazione ed analisi dei movimenti oculari utilizzata in aree quali le scienze cognitive, la psicologia, l’interazione uomo-computer (Human-Computer Interaction, o HCI), le ricerche di mercato, la ricerca medica, ed altre ancora. Oggigiorno, la maggior parte degli eye-trackers utilizzano quale tecnologia di base la “video-oculografia” (VOG), e cioè la registrazione della posizione dell’occhio nell’orbita e dei suoi movimenti per il tramite di una camera digitale. Gli eye-trackers più moderni utilizzano inoltre un sistema di illuminazione del volto (e dunque anche degli occhi) basato su luce infrarossa (IR) o vicina all’infrarosso (NIR), per meglio delineare il contorno della pupilla e per ottenere uno (o più) riflessi, noti come “riflessi corneali” (Corneal Reflex, CR). Il vettore risultante dalla relazione (dinamica) di questi due parametri (successivamente ad una procedura detta di calibrazione) può essere utilizzato per ottenere la posizione dello sguardo rispetto ad un determinato elemento del display.
Due sono le principali tecniche di tracciamento utilizzate, qualche volta singolarmente, altre volte in combinazione: la tecnica detta “bright pupil” (“pupilla brillante”) e la tecnica detta “dark pupil” (“pupilla oscura”). Questa “esotica” denominazione discende dall’effetto che ha sulla pupilla la disposizione relativa della camera e del sistema di illuminazione. Nel caso della tecnica “bright pupil”, camera e sorgente di illuminazione sono coassiali e la luce viene riflessa dalla retina creando una illuminazione della pupilla simile a quella che si osserva quando si prende una foto con il flash (effetto “occhi rossi”). Se camera e sistema di illuminazione non sono coassiali la pupilla appare scura, da cui il termine “dark pupil”. A parte la questione “tecnica”, i due approcci hanno differenti implicazioni sulle performances del sistema di eye-tracking e differente punti di forza e debolezza: rispetto alla tecnica “dark pupil”, la tecnica “bright pupil”, creando un maggiore contrasto iride/pupille, è capace di supportare un tracking più robusto e stabile a prescindere dal colore dell’iride (il colore degli occhi, per intenderci), oltre ad essere meno influenzata da eventuali lenti correttive. Inoltre, la tecnologia “bright pupil” consente un tracking stabile a prescindere dalle condizioni di illuminazione ambientale, che possono andare dalla totale oscurità alla piena luce. Questa tecnica tuttavia mostra debolezze se utilizza in contesti naturali, essendo sensibile alle interferenze prodotte dalle molte sorgenti di luce infrarossa presenti in questa condizione.
Gli eye-trackers variano anche in quanto a capacità di compensare i movimenti del capo del soggetto (alcuni richiedono che il soggetto sia immobile, altri funzionano bene anche quando il soggetto muove il capo) e per frequenza di campionamento, che può variare da circa 30Hz a oltre 1K Hz.
Se volete approfondire andate qui http://www.srlabs.it/articles/bycategory?fil=Tecnologia&start=0
Marina Tuveri IUM
Due sono le principali tecniche di tracciamento utilizzate, qualche volta singolarmente, altre volte in combinazione: la tecnica detta “bright pupil” (“pupilla brillante”) e la tecnica detta “dark pupil” (“pupilla oscura”). Questa “esotica” denominazione discende dall’effetto che ha sulla pupilla la disposizione relativa della camera e del sistema di illuminazione. Nel caso della tecnica “bright pupil”, camera e sorgente di illuminazione sono coassiali e la luce viene riflessa dalla retina creando una illuminazione della pupilla simile a quella che si osserva quando si prende una foto con il flash (effetto “occhi rossi”). Se camera e sistema di illuminazione non sono coassiali la pupilla appare scura, da cui il termine “dark pupil”. A parte la questione “tecnica”, i due approcci hanno differenti implicazioni sulle performances del sistema di eye-tracking e differente punti di forza e debolezza: rispetto alla tecnica “dark pupil”, la tecnica “bright pupil”, creando un maggiore contrasto iride/pupille, è capace di supportare un tracking più robusto e stabile a prescindere dal colore dell’iride (il colore degli occhi, per intenderci), oltre ad essere meno influenzata da eventuali lenti correttive. Inoltre, la tecnologia “bright pupil” consente un tracking stabile a prescindere dalle condizioni di illuminazione ambientale, che possono andare dalla totale oscurità alla piena luce. Questa tecnica tuttavia mostra debolezze se utilizza in contesti naturali, essendo sensibile alle interferenze prodotte dalle molte sorgenti di luce infrarossa presenti in questa condizione.
Gli eye-trackers variano anche in quanto a capacità di compensare i movimenti del capo del soggetto (alcuni richiedono che il soggetto sia immobile, altri funzionano bene anche quando il soggetto muove il capo) e per frequenza di campionamento, che può variare da circa 30Hz a oltre 1K Hz.
Se volete approfondire andate qui http://www.srlabs.it/articles/bycategory?fil=Tecnologia&start=0
Marina Tuveri IUM
FRONTIERS OF INTERACTION III
Questo Giugno si terrà a Milano un evento particolarmente interessante: la terza edizione della FRONTIERS of INTERACTION.
Vi rimando a questo link dove potete trovare maggiori informazioni: http://81.29.209.139/ ;)
Marina Tuveri IUM
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Marina Tuveri IUM
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